mercoledì 16 ottobre 2013

Le Interviste Indiescutibili: Umberto Palazzo




Umberto Palazzo è un nome di primo piano nel panorama indie-rock italiano. Tra mille progetti paralleli, è finalmente tornato a pubblicare un lavoro con la sua creatura prediletta: il Santo Niente.
"Mare Tranquillitatis" è un grandissimo lavoro, di non facile impatto, ma ragionato e lucidamente folle. Qui troverete la nostra recensione, con tutti i dettagli biografici di Umberto, intanto vi proproniamo l'intervista rilasciata da Umberto a Indiestruttibili qualche giorno fa:

Ciao Umberto! Con il Santo Niente ci eravamo lasciati nel 2005; sappiamo bene che da allora tra un progetto e l’altro sei sempre stato in movimento. Dunque come mai abbiamo dovuto attendere otto anni per il nuovo disco? Il progetto era in stand-by? Volevi aspettare il momento giusto o semplicemente in questi 8 anni tra i tuoi vari impegni, Il Santo Niente non rappresentava una priorità?


Dovevo fare gli ultimi tre dischi nella sequenza in cui li ho fatti perché nella mia testa sono una specie di trilogia. Non ti so dire perché ma l’ordine non poteva che essere questo.

Qua e la ho letto che questo lavoro è nato circa un anno e mezzo fa, dopo che hai letteralmente cestinato altro materiale che, a tuo dire, era poco omogeneo per essere amalgamato in un disco. La domanda è: delle sei tracce del disco, qual è quella che ti ha fatto capire che dovevi andare in una direzione diversa rispetto al materiale partorito sino ad allora ? Qual’è il seme dal quale sboccia Mare Tranquillitatis?

Direi da “Primo Sangue”, una traccia che ho iniziato a comporre partendo dalla batteria elettronica. L’idea di base è stata eliminare la centralità della chitarra elettrica e portare avanti ritmica, elettronica, campionamenti e strumenti acustici.

Mare Tranquillitatis, ultimo lavoro del Santo Niente


Mare Tranquillitatis ritengo non sia un lavoro “facile”. Sia  musicalmente che a livello di testi, tutto è molto ricercato. La prima cosa che ho pensato ascoltandolo , è che questo non è un lavoro di quelli che nasce in sala prove. Ad esempio una traccia come “Sabato Simon Rodia” come nasce?

Nasce nel laptop di Tonino Bosco, bassista della band e compositore del pezzo, su Ableton Live. Io non ho usato Live nella preproduzione, ma solo nella fase finale, però il cd è nato nei nostri computer prima di arrivare in sala prove. Non usiamo midi dal vivo, ma i campionatori sono molto importanti.

Secondo me il termine che meglio inquadra il concept di Mare Tranquillitatis è “tormentato”. Sei d’accordo?

I personaggi sono tutti tormentati, ma il mio punto di vista è distaccato. Trovo che una delle cose peggiori e provinciali della tradizione italiana sia caricare di troppo pathos i testi e le interpretazioni. Deriva sicuramente dalla nostra tradizione operistica. Io lo trovo pacchiano e quindi cerco sempre di essere freddo e distaccato. Le emozioni stanno nelle azioni e non nei toni.

Questo disco secondo me rappresenta il punto di arrivo di un percorso artistico maturato negli ultimi quattro-cinque anni. Cercherò di essere più chiaro: secondo me i Santo Nada e il disco “Tuco”, hanno un’anima molto cinematografica. Nel tuo disco solista invece hai dato molto spazio alla forma canzone. In questo disco invece emerge una vena letterario-teatrale. Ti ritrovi in quest’affermazione?

Direi che è cinematografico anche se in modo diverso anche Mare Tranquillitatis. I testi possono anche essere piccole sceneggiature e le musiche la loro colonna sonora.

Seguendoti su Facebook ho notato che qualche giorno fa, dopo che hai postato una recensione negativa, è scoppiato un piccolo putiferio riguardo la traccia “Un certo tipo di problema”, e i suoi influssi a là Massimo Volume ecc ecc. Personalmente io credo che in quella traccia più che un influenza dei “tuoi” Massimo Volume , si respiri l’aria di un periodo, di una scena alternativa, quella del periodo d’oro bolognese, di cui certamente tu e i Massimo Volume siete stati alfieri. Vogliamo chiuderla così questa storia o vuoi aggiungere qualcos’altro?

Veramente il putiferio non era per questo motivo, ma creato ad arte per motivi meschini. Comunque la ritmica di “Un certo tipo di problema” l’ho presa da “I remember nothing” dei Joy Division. Tutto il pezzo è un omaggio più che palese e per di più dichiarato ai Joy Division, con le sue linee di basso alla Hook e tutto il resto. Se uno nella ritmica di quel pezzo sente i Massimo Volume forse è meglio che ascolti meno musica italiana. Sono sbalordito dallo chauvinismo degli ascoltatori italiani: la percentuale massima di musica italiana che riesco ad ascoltare non va oltre il 5% e davvero non credo che valga la pena di spenderci più tempo visto che di roba interessante ce n’è pochissima, mentre dal mondo arriva in continuazione musica fantastica. Tutti noi siamo scioccati dal fatto che nelle recensioni di Mare Tranquillitatis non si parli mai di gruppi stranieri ma solo di band italiane. Noi ascoltiamo musica straniera, non ci sentiamo parte di questa scena. Non ci piace il rock italiano, non lo ascoltiamo.

Parlando di Bologna, c’è una domanda che volevo farti, ma prima devo raccontarti un piccolo aneddoto: anni fa, un mio amico lasciò il nostro paesino in Puglia, diretto come molti a Bologna per iniziare il suo percorso universitario. Dopo circa due o tre mesi, quando lo rividi gli chiesi come trovasse Bologna. La sua risposta fu secca: “Beh, non è più quella di una volta!”. Questo comunque, più o meno, è il giudizio impietoso che mi da chiunque ci abiti. Se quindi Bologna per tutti non è più quella di una volta, per coglierne l’essenza vera dovremmo tornare indietro al 1088, anno di fondazione dello studium? Cos’era per te Bologna?

Un posto dove facevo la fame e che non rimpiango. Bologna è sempre una città bella e civile, ma non è più il centro creativo che è stato in diversi periodi della sua storia. Non può più esserlo e non c’è neanche bisogno che lo sia. Ora c’è internet e non c’è più bisogno di stare per forza fisicamente nel posto giusto per capire quello che sta succedendo, basta essere lucidi e critici. Andare in un posto come Bologna ora, convinti di trovarci chissà cosa, può anche avere l’effetto opposto di ottundere la lucidità e il senso critico. 

Dopo questa fase bolognese, come mai ad un certo punto della tua vita artistica, hai maturato la decisione di tornare in Abruzzo?

Non aveva più senso stare là, economicamente e praticamente. Oggi accendo il computer e leggo notizie di prima mano da tutto il mondo, tengo una corrispondenza quotidiana con gente sparpagliata per il pianeta, ho un home studio, pago un affitto ragionevole, sono lontano dalle corporazioni dell’indie italiano, faccio le mie cose nel mio territorio e vivo decisamente meglio che un tempo. E’ parlare bene l’inglese che mi tiene in contatto col mondo e con le novità, non lo stare a Bologna, che è solo un altro posto di provincia, migliore di tanti altri, ma pur sempre provincia.

Vedo che a Pescara non stai un secondo fermo, penso alla tua esperienza sia come dj che come direttore artistico del compianto Wake Up. Pescara è una piccola isola felice oppure più semplicemente una volta tornato là, ti sei rimboccato le maniche per necessità?

La seconda che hai detto.

Premetto che sono un grande estimatore del “Santo Nada”: ho ascoltato “Tuco” fino allo sfinimento su Bandcamp . Ti ho già scritto, a rischio di essere smentito, che per me è un disco molto cinematografico. A parte i riferimenti musicali come i Calexico, il tex-mex in generale e Morricone, volevo chiederti se le valli abruzzesi, dove sono stati girati parecchi Spaghetti Western, siano state per voi fonte d’ispirazione.

Certo che sì! Ha fatto molta impressione ai recensori americani che la band venisse da un posto a cinquanta chilometri dalla località in qui è stato girato il Django originale. “Tuco” è stato molto ben accolto negli States e continua a fare ascolti e download a distanza di cinque anni.

El Santo Nada: un autentico spin-off tex-mex del Santo Niente

Sempre in tema d’Abruzzo: negli ultimi anni, nella cosiddetta scena indie, molte band in quanto a riferimenti letterari sono abbastanza convenzionali: Majakowskj, Jean Paul Sartre e tanti altri mostri sacri, ma alla fine un po’ scontati. Tu spiazzi tutti e apri Mare Tranquillitatis con “Cristo nel Cemento”, ispirata all’opera "Christ in Concrete" di Pietro di Donato (scrittore americano, originario di Vasto) . Un caso, voglia di raccontare qualcosa di diverso o semplicemente puro “patriottismo”?

Andare sul famoso garantisce pubblico e trovo che in questa tendenza di artistico e culturale non ci sia niente. Molti veri attori con lo stesso repertorio fanno il vuoto ed è ovvio che sia una cosa ad uso e consumo dei fan. Una cosa che rimane molto al di sotto di una proposta culturale di vero rilievo. E poi hai visto i cachet di certi reading?

Penultima domanda: sei sempre stato molto critico riguardo certe dinamiche dell’indie nostrano. Seguendo la scena italiana ho notato band, sicuramente valide musicalmente ma non eccezionali. Eppure queste band, che avevano alle loro spalle agenzie di booking molto forti nel settore, sono riuscite ad arrivare alle orecchie di praticamente tutt’Italia, con un prodotto che alla fine non diceva nulla. Credi che in Italia, anche nell’underground la meritocrazia sia una chimera?

Le band che hanno successo sicuramente se lo meritano perché senza sacrificio comunque non si ottiene niente, ma l’appiattimento critico sui soliti noti è deprimente in tutti i sensi. Ci vuole ricambio, mentre è piuttosto ovvio che ci sono nomi blindati che possono anche fare dischi orrendi senza ricevere neanche una critica negativa. E non parlo di pop italiano ma di rock alternativo. Se non hai santi in paradiso è normale invece ricevere giudizi misti, grandi recensioni miste a stroncature ed è quello che fa la differenza.

 Ultimissima domanda: dal vivo con il Santo Niente giri qua e la, ma ora che è uscito il disco ci sarà un tour vero  e proprio?

Sì, certo, ma ovviamente non avremo la visibilità di una band di primo livello

lunedì 7 ottobre 2013

Le recensioni indiescutibili: Spiral 69 "Ghost In My Eyes"







Ci sono band che fuggono a gambe levate davanti a facili etichettature, ovvie similitudini e ingombranti paragoni. Poi ci sono band -a mio avviso la maggior parte- che non temono di incappare sotto la scure dell'assimilazione, ed anzi, fanno del proprio personalissimo albero genealogico musicale un vero e proprio manifesto ideologico-culturale. Ora, in entrambi i casi le conseguenze di queste scelte non sono mai del tutto scontate e i loro effetti sull'orecchio dell'ascoltatore, sono sempre imprevedibili: un eccesso di avanguardia può far gridare al miracolo, ma -spesso- porta il malcapitato di turno a grattarsi il capo per giorni, salvo poi buttare per sempre nel dimenticatoio opere che lasciano il tempo che trovano. Nel secondo caso, lavori di gruppi dichiaratamente "alla" possono fare imbufalire schiere di puristi di questa o quella band o corrente, lasciarti in una nichilista indifferenza, o al contrario dare nuova linfa al suddetto genere, regalandoti una rassicurante e accogliente aria di casa (CheVabenePureAvventurarsiPerCaritàMaCasaMiaRestaIlPostoPiùBelloDelMondo!).
Gli Spiral 69 a torto o ragione, nel bene e nel male, appartengono alla seconda categoria qui analizzata.
Fin dal proprio nome (ispirato ad un hard movie tedesco dei primi '80) questa band non lascia spazio ad equivoci: territori prediletti qui sono il goth, il dark, la new wave, l'elettronica industriale.
D'altronde il leader Riccardo Sabetti, già conosciuto per la sua esperienza con gli Argine, band dark wave di Napoli, nel mettere in piedi questa sua creatura giunta ormai alla terza fatica in studio, fa parte di quella schiera di musicisti che, come detto, non teme raffronto alcuno.
"Ghost in My Eyes", forte di una produzione da primissimo livello (Steven Hewitt ex batterista dei Placebo, e Paul Corkett ingegnere del suono con Radiohead e Nick Cave), scorre nel player preciso, pulito e coerente con la propria idea di musica. Va detto che l'eccessivo orgoglio dark-wave finisce alla lunga per pagare dazio con influenze mai troppo celate, che talvolta sfociano in vero e proprio enciclopedismo. Il disco, che si apre con un apocalittico trionfo di synth, nelle prime due traccie ricorda i primi Editors (la voce in "Waves", e specialmente "New Life").
"No Earth" è una struggente ballad, che se da un lato è musicalmente bella e profonda, dall'altro ti lascia un po con l'amaro in bocca per l'inflessione del cantato, va detto dalla pronuncia perfetta (aspetto, questo, decisivo per noi italiani, sempre poveri di pronuncia anglosassone), ma troppo marcatamente ispirato al miglior Morrisey.
"Fake Love" a mio avviso è la traccia più ispirata del disco in quanto, pur rimanendo nel solco del genere di provenienza, con un pianoforte minimale ma efficace, organetti caramellosi, linee di cantato più decise e personali, e un sound avvolgente, a spirale per l'appunto.
"Dirty" e "Please" spaziano dall'elettro-rock stampo Depeche Mode all'industrial più controllato tipico degli ultimi Nine InchNails.
La title track, finale del disco, rappresenta l'episodio più sofferto e malinconico di quest'opera, sorretta dal bel pianoforte di Licia Missori, un'eccellente partitura d'archi e dalle ispirate linee vocali di Riccardo Sabetti.
Dopo aver ascoltato "Ghost in My Eyes", la sensazione generale è quella di avere a che fare con una band dal sound internazionale che, con i suoi mood sicuri e ben definiti potrebbe aspirare alla definitiva esportazione del rock tricolore oltremanica.
Queste impressioni positive però devono tramutarsi, da parte del combo di Riccardo Sabetti, in maggiore ricerca di personalità, in quanto lo sfoggio -seppur con grande maestria- del proprio folto background musicale è si un ottimo biglietto da visita, ma alla lunga può sortire un pericoloso effetto boomerang.

domenica 6 ottobre 2013

INDIECAR(t)E: Uno sguardo a ... Sebastian Bieniek


"Non ascolto ciò che dicono i critici d’arte. Non conosco nessuno che ha bisogno di un critico per capire cos’è l’arte." 
J. M. Basquiat                                                                                                                                                                                                    
Chi dice che l’arte è per pochi? 
L’arte è per tutti coloro che sanno guardare. Ma non fissare, con sguardi spenti e bocche serrate. Ma per chi sa sorridere e vivere con gli occhi.

È questo ciò che ci proponiamo di fare con questa rubrica. Non insegnare l’arte, non obbligarvi ad essere finti intellettuali cui basta conoscere a memoria tutti i movimenti e gli artisti presenti fino ad oggi sul pianeta, o a cui basta partecipare ad un vernissage o ad una mostra di prestigio per essere intenditori. Ma cercare di farvi guardare. Guardare con sorriso la vita. 
L’artista di oggi è una persona che sa guardare con profondità ogni aspetto della vita, e quando decide di esprimerlo con le sue opere riesce però ad esprimerlo con semplicità, ma quella semplicità che recepisce chi, come lui, sa osservare.
Sto parlando di Sebastian Bieniek, artista tedesco nato in Polonia.

La sua arte è comunicativa, intelligente e spesso ironica, capace di spaziare da un campo all’altro mantenendo, però, la sua interessante visione sia come fotografo o pittore,  che come scrittore o cineasta, e, proprio perché deriva direttamente dallo sguardo, è un arte istintiva e spesso prodotta con una serie di elementi.


Aveva già destato in me interesse l’anno scorso, con la serie di dipinti “Homeland”. Una serie di dipinti, di dimensioni 80x60, strutturati come la copertina di un giornale.



Il soggetto è sempre una donna sfigurata, accompagnata da  due parti scritte, introdotte per rafforzare il concetto secondo il quale una rappresentazione forte può essere così pregna di significato da ricondurre ad altri tipi di riflessione: un titolo, che, messo in sequenza con quelli degli altri dipinti della serie, è parte di una frase: “Some time you win Some time you lose”, letteralmente “Certe volte puoi vincere Certe volte puoi perdere”; una didascalia, “What happen if we leave….”, letteralmente “Cosa accadrebbe se noi lasciamo…”.                                                                       
Ad ispirarlo, dice, è stata la copertina di un numero del Times che raffigurava una donna afgana con il naso tagliato. Un immagine così forte vorrebbe apparentemente rappresentare una richiesta di aiuto da parte di alcune donne in altre parti nel mondo, ma in realtà, messa sulla copertina di una rivista così importante, diventa anche messaggio politico (la presenza militare statunitense in Afghanistan), classista (la donna che non può ribellarsi) e conservatorio.
L’opera, a mio parere, si mostra nella rappresentazione così chiara e semplice, ma basta soffermarsi solo un attimo in più sui singoli volti e sulle singole scritte per far mettere in moto una sorta di meditazione sul tema che ha mosso l’artista ad interpretarlo.
Doublefaced no. 13
Oggi Sebastian fa parlare di sé con un’altra serie di lavori: “Doubledface”.
Ad un primo sguardo, anche di una sola foto di quelle che compongono l’opera, si potrebbe pensare: “Quindi? Ha disegnato una faccia su una….faccia!”. Ma io non ci trovo nulla di banale in questo. 
Doublefaced no. 10
Basta pensare a come nasce l’idea: un giorno suo figlio stava così male da non riuscire a fare nemmeno un sorriso. Per alleviare il dolore, Sebastian gli disegna, con un pennarello, una faccia sul volto. Così, per farlo divertire un po’. Osservando meglio ciò che aveva fatto ha evoluto la rappresentazione disegnando, con solamente un eyeliner e un rossetto, una doppia faccia sul viso della propria ragazza. Tale rappresentazione serve ad indagare sul concetto della dualità delle persone. 
Doublefaced no. 23
Lo stile è volutamente semplice, proprio per arrivare a chiunque. La sua, infatti, non è un arte da galleria. Le sue opere vengono subito pubblicate sulla sua pagina Facebook o sul suo sito www.sebastianbieiniek.com. L’intento è quello di far pensare a chiunque osservi i suoi lavori “io so fare anche di meglio”, proprio per creare un’iterazione tra spettatore ed artista. Il risultato? Qualcosa di così estremamente semplice che ricorda il modo di guardare il mondo proprio di un bambino, che spiazza, stupisce, fa riflettere e fa sorridere.


a cura di Liana Traversi




Doublefaced no. 4

Doublefaced no. 24
Doublefaced no. 5
 

mercoledì 2 ottobre 2013

Targhe Tenco 2013: ecco i nomi dei vincitori


  
Sono stati resi noti i nomi dei vincitori delle targhe Tenco 2013, a fronte dell'annuale manifestazione organizzata dal Club Tenco, associazione che si occupa della promozione
della nostra musica d'autore. Le premiazione avverrà nella suggestiva cornice del Teatro Petruzzelli di Bari, nell'ambito del Medimex-Salone dell'innovazione musicale, il prossimo 8 Dicembre. Ecco i nomi dei vincitori:

Miglior Album: Niccolò Fabi con "Ecco", che arriva davanti a "Fantasma" dei Baustelle, e ai quotatissimi "Sulla Strada" di Francesco de Gregori e "L'ultima Thule", l'album dell'addio alle
scene di Francesco Guccini.

Miglior disco esordiente: vince Appino con "Il Testamento", fortunatissimo esordio solista del
frontman degli Zen Circus, prodotto da Giulio Ragno Favero del Teatro degli Orrori

Andrea Appino
Mauro Ermanno Giovanardi


Categoria interpreti: qui si impone l'ex La Crus Mauro Ermanno Giovanardi con "Maledetto Colui che è Solo".


Infine la targa per il miglior disco dialettale va a Cesare Basile con il suo disco omonimo.
Cesare Basile


domenica 29 settembre 2013

INDIECAR(t)E: Alice Pasquini e l'arte contestuale


Classe 1980…stiamo parlando di Alice Pasquini, visual artist romana impegnata nel lavoro di illustratrice, scenografa e pittrice!

Diplomata all’Accademia di Belle Arti di Roma, come ogni talento italiano, va via dall’Italia per po’ per cercare la sua strada.
Prima Madrid, dove ha frequentato la Scuola ARS Animaciòn e conseguito, nel 2004, il titolo di specialista in arte e critica d’Arte presso la Universidad Computense. Poi, con l’inizio della sua carriera negli anni 2000, ha vissuto, girato e lavorato in Francia, Germania, Gran Bretagna, Norvegia, Olanda, Russia, Marocco e Australia.

Nonostante il suo lavoro di illustratrice, le importanti collaborazioni con grandi griffe internazionali come Nike, Rizzoli, Range Rover, e gli ultimi lavori (al Campidoglio per gli uffici del sindaco e alla Casa dell'Architettura con le "Cave of tales"), la sua vera passione è la strada.
Alla normale tela predilige il muro, e alla tavolozza di colori sostituisce bombolette spray e stencil.          


Tutti voi vi sarete imbattuti, almeno una volta, in una sua opera caratterizzata dalla contrapposizione di colori caldi (quali l’arancione che è il colore, per riprendere una sua definizione, dei palazzi di Roma) e freddi (quali il verde o il blu) che si mescolano, dalle linee fluide e decise che spesso delineano volti e storie di donne.

Urban Painting ha pubblicato su facebook una classifica di gradimento degli street artist e, secondo questa, Alice sarebbe tra i primi dieci urban artist più amati al mondo insieme ad artisti come Blu, Sten&Lex, Bansky, JR, C215, Faith 47 e Swoon.

Abbiamo posto alcune domande ad Alice per conoscerla meglio e per capire la sua visione.

1) Prima domanda. La definirei “domanda di prassi”:
Perché Alicè e perché, soprattutto, la scelta di non celarsi dietro un nome d’arte ma di mettere a nudo la tua identità?

Ho deciso di firmare con il mio vero nome, allo stesso modo in cui ho deciso di dipingere durante il giorno o presentarmi a volto scoperto. Considero ciò che dipingo più vicino all’arte che al vandalismo e trovo stupida una società che spende tempo ed energia nella lotta ai graffiti. Mi prendo i miei rischi fa parte del gioco e della "rivoluzione".

2) I tuoi lavori mi hanno affascinato per la loro luce e per i loro colori (caratteristiche che dopotutto affascinano chi segue e osserva le tue opere).
Ma un’altra caratteristica sempre presente, che balza agli occhi, ma su cui non ci si sofferma mai abbastanza è la rappresentazione della donna.
La scelta di una costante rappresentazione femminile porta in se una componente autobiografica? Ogni donna che rappresenti racconta di te, di una parte di vita, o, più semplicemente, racconta una storia?

Parlare da un punto di vista personale mi porta inevitabilmente anche narrare da un punto di vista femminile. Come artista sono interessata a indagare i sentimenti umani esplorando attraverso le mie emozioni. Per questo c’è sempre una motivazione autobiografica inconscia aldilà della scelta di un determinato soggetto o di una storia da narrare. Purtroppo non sono mai in grado di comprendere il significato che ha per me stessa durante la realizzazione eppure ciò mi appare chiarissimo una volta trascorso del tempo.

3) La magia della “street art”, che tu hai amabilmente definito “arte contestuale”, è anche quella di scoprirla mentre si cammina, si va a lavoro o si esplora la città, e non quella di andare appositamente ad ammirarla (come avviene per un quadro in esposizione, per intenderci).
Consapevole di questo, come reagisci quando realizzano degli eventi, come quello del 9 dicembre 2012, “Incontro con Alice Pasquini. Metropolitan art crumbs.”, che assumono la forma di una “gita” alla scoperta dei tuoi lavori?


Sì, penso che l’ “effetto sorpresa” sia parte della bellezza di questa forma di espressione ma purtroppo o per fortuna l’interesse da parte del "pubblico" è oramai cresciuto da qualche tempo. Cosi finché non c’è scopo di lucro io non ho nulla in contrario a incontri del genere, anzi trovo molto divertente l’idea che un gruppo di persone di differenti età e culture che non si sono mai viste prima si ritrovi una fredda mattina a Roma per andarsene a zonzo, come in gita appunto, socializzando fra loro mentre percorrono la loro città in un modo diverso.

4) Hai vissuto in molti posti, tra cui Spagna, Gran Bretagna, Francia, e visitato ed operato in molti altri, quali Germania e Australia. Questo è dovuto ad una tua voglia di evasione e cambiamento, o a una semplice voglia di conoscere? Ed ora che, per motivi lavorativi, stai trascorrendo più tempo nella tua città d’origine, Roma, come la vivi?

Roma è la città dove sono nata e cresciuta e che inevitabilmente amo e odio. Fin da bambina ho viaggiato moltissimo e il mio temperamento irrequieto e la mia necessità di fuga mi hanno portato presto fuori dall’Italia. Adesso sto provando a cambiare, dopo anni di nomadismo ho finalmente deciso di avere una base, che per me vuol dire uno studio.     
In realtà continuo a viaggiare moltissimo e a Roma non ci sto spesso ma sto imparando: un conto è fare un viaggio e avere un posto in cui tornare, un altro darsi alla fuga e lasciarsi tutto dietro.

5) L’arte contestuale. Non sono interessata a chiederti perché l’hai scelta, ma se, dopo le importanti collaborazioni e i progetti sempre più ambiziosi (tra cui mi sento di citare la “Cave of Tales” alla Casa Dell’Architettura e la tua chiamata ai Musei Capitolini), hai mai pensato di accantonarla per dare spazio a un arte più da “studio”, quella in cui l’artista è da solo con il colore e la tela e non è più, quindi, al contatto con un arte “pubblica”.

Per me è stato l’inverso. Vengo proprio da una formazione classica, ho studiato all’accademia di belle arti e sono poi sfuggita a quel tipo di vita di artista. La strada mi ha presto affascinato per le sue caratteristiche democratiche e non commerciali. Certo le cose stanno cambiando ed è facile osservare come ogni volta che si crea un’avanguardia artistica, il mercato dell’arte prova a confezionare un pacchetto adatto alla vendita ma questa è una vecchia storia. Per quanto riguarda le istituzioni, sono contenta di osservare come finalmente si comincino a svegliare e a capire l’importanza del fenomeno. Certo anche su questo tema ci sarebbe molto da dire, ovviamente le contraddizioni sono evidenti. Guarda me, un giorno dipingo ai musei capitoli per il sindaco e il giorno dopo potrei essere multata da un vigile mentre faccio un’azione in strada.

6) Hai detto, in una vecchia intervista, che l’artista non è un comunicatore. L’artista ha un proprio messaggio ma il pubblico può recepirlo in maniera del tutto personale.
Ma c’è almeno una componente nelle tue opere che vuoi far arrivare in maniera “oggettiva” più che soggettiva? Un messaggio universale presente nel tuo lavoro che vorresti che tutti percepiscano alla stessa maniera?

Certamente, come ti dicevo prima le motivazioni emotive arrivo a comprenderle in un secondo momento ma quando affronto un nuovo progetto parto sempre da un concetto sul quale mi documento a lungo, leggo tutto ciò che trovo d’interessante sull’argomento, cerco immagini, libri, film, canzoni poi provo a interiorizzare tutto quello che ho scoperto e provo a dimenticarlo poco prima di mettermi a creare per mettere in moto i meccanismi dell‘inconscio.

7) Mi affascina molto il tema dell’ “arte per il sociale”, ossia quando la street art viene chiamata a rivalutare uno spazio (come è, ad esempio, il muro da te dipinto a Via dei Sabelli a Roma, nel quartiere San Lorenzo). Mi spiace solo che spesso questo tema non viene affrontato come dovrebbe, viene preso spesso “sotto gamba”, ignorando che oltre ad essere, di per sé, un’iniziativa interessante, è anche low cost!!
Quindi, in chiusura, noi di Indiestruttibili siamo curiosi di sapere se prossimamente lavorerai a qualcosa del genere, e se vuoi spendere due parole a riguardo del tema! Un appello magari, affinchè soluzioni di questo genere possano essere prese più spesso in considerazione. 

Le cose non funzionano come dovrebbero, ma per fortuna esistono molte persone disposte a mettersi in gioco. Personalmente è capitato di lavorare in forma gratuita a progetti sociali in cui credevo. Prossimamente tornerò al Metropoliz una ex fabbrica abbandonata e riportata a nuova vita dove qualche tempo fa avevo realizzato una ludoteca per i molti bambini delle differenti comunità che ora abitano lo spazio.



a cura di Liana Traversi


venerdì 27 settembre 2013

Le recensioni indiescutibili: Santo Niente "Mare Tranquillitatis"



Umberto Palazzo è una figura fondamentale nell'italico panorama: da trenta e passa anni sulla scena, fondatore dei Massimo Volume, con i quali entrò in rotta di collisione poco prima della registrazione dell'esordio "Stanze". Subito dopo fonda il Santo Niente, con i quali scriverà pagine indelebili per l'indie rock nostrano: "La vita è facile" e "'Sei 'Na Ru Mo'No Wa Na'i" andrebbero inseriti in ogni buon prontuario per l'aspirante rocker italico, alla voce "ascolti fondamentali".
Dopo quella indimenticabile stagione bolognese, riabbraccia le sue radici, stabilendosi in pianta stabile a Pescara. Da li inizia la fase due della carriera di Palazzo: dj di professione e organizzatore di concerti in qualità di direttore artistico dell'ormai defunto Wake Up, tra i più rinomati club della penisola. Questo spaccato biografico è necessario per comprendere l'evoluzione artistica di Palazzo: nella sua fase pescarese infatti, possiamo ben dire che ha dato il meglio di se.
Pubblica con il nuovo combo de Il Santo Niente "Il Fiore dell'Agave" nel 2005, da molti salutato come il capolavoro dell'ormai band pescarese. Non pago di tutto ciò, nel 2010 da vita a El Santo Nada, un autentico spin-off della band, in chiave spaghetti-tex-mex-morriconiana con il quale pubblica "Tuco". Successivamente arriva alla pubblicazione del primo lavoro solista, "Canzoni della notte e della controra", in bilico tra canzone d'autore e popular music. Se "Tuco" è un lavoro cinematografico, e il disco solista di Palazzo da più spazio alla forma canzone, l'ultimo lavoro del Santo Niente (come chiusura di un ideale trilogia artistica) acquisisce una fisionomia più letterario-teatrale.

Umberto Palazzo e Il Santo Niente


"Mare Tranquillitatis" è un grandissimo disco, ma di non facile assimilazione. Un lavoro cupo, tenebroso, tormentato nelle liriche. Un disco che va ascoltato e riascoltato, con impegno e dedizione. L'iniziale "Cristo nel Cemento" la potremmo definire apocalittica: il minimale giro di basso di Tonino Bosco fa da prologo ad una disperata deflagrazione strumentale, che successivamente si trasforma in un mantra per batteria e basso sopra il quale Palazzo scandisce con forza il testo (ispirato all'opera "Christ in Concrete" di Pietro di Donato, scrittore americano originario di Vasto).
La successiva "Le ragazze italiane", è una specie di marcia garage rinforzata dallo psicopatico sax elettronico di Sergio Pomante nella quale balza all'occhio la pungente ironia del testo (peraltro l'unico pezzo "cantato"), critico nei confronti di un permeato moralismo perbenista, tipico dello stivale. Tra le sei tracce del disco è sicuramente la più accessibile, da un punto di vista strettamente musicale, ma forse la meno ispirata se si guarda l'intero disco nel complesso.
"Un certo tipo di problema", con il suo protagonista, ostaggio involontario di un losco cocainomane e di una notte infinita, odora di indie-rock bolognese, di quella scena che il Santo Niente e i Massimo Volume hanno contribuito ad elevare allo status di culto. Si è molto dibattuto sulla paternità musicale di questa traccia: Massimo Volume o no? A mio avviso, più che di un influenza si tratta di un vero e proprio lascito culturale, figlio di una controcultura, di una città e di un periodo che rimarrà impresso come un tatuaggio, per tutti coloro che ne fecero parte.
"Maria Callas" è il capolavoro del disco: il malinconico ricordo di una diva transgender ferita nel cuore da un "piccolo uomo meschino" musicalmente ci riconduce verso i lidi di "Canzoni della notte e della controra".
"Primo sangue" è la traccia più cinematografica del disco. Storia della notte brava di un neo patentato, sostenuta da un claustrofobico beat per cassa dritta, un ipnotica chitarra acustica e un kaossilator impazzito: qui la musica è un mezzo, un pretesto per raccontare una distorta favola acida.
 La successiva e conclusiva "Sabato Simon Rodia" ci porta dalla galleria di un cinema al loggione di un teatro; questa traccia suona come la perfetta colonna sonora di un ideale pièce teatrale, incentrata sulla figura del bizzarro immigrato avellinese che costruì le Watts Towers a Los Angeles. La scelta non sembra un caso: Pietro di Donato e Simon Rodia, emigranti italiani, entrambi in qualche modo legati alla megalomane edilizia americana, certamente due visionari, quasi due "cervelli in fuga" che qui diventano i simboli,  prologo ed epilogo di un opera di profonda importanza per il rock italiano.

giovedì 4 luglio 2013

Gli acquisti Indiespensabili: Fatevi Fottere-Una biografia di Giorgio Canali (a cura d Samuele Zamuner e Irene Zanetti-Italica Edizioni)


                                 


Giorgio Canali è l'Indie italiano. Il suo percorso musicale e umano, si snida attraverso tre generazioni di rockers made in Italy. Dalle prime esperienze come fonico/chitarrista con gli ultimi CCCP, passando per il settennato dorato con i CSI
Giorgio con i Csi: 7 anni di splendori per l'Indie italiano
e concludendo con la terapia dei Pgr, Canali ha sempre camminato in "direzione ostinata e contraria", seguendo un personale percorso di coerenza umana e artistica. In questa sua prima biografia, edita dalla neonata Italica Edizioni di Enrico Brizzi, Giorgio racconta trent'anni di storia del rock italiano. Le prime esperienze come fonico al seguito del carrozzone hard di Riccardo Schicchi, Moana Pozzi e Cicciolina, gli anni 80 all'insegna della sperimentazione con i Politrio, l'incontro decisivo con i Litfiba e Gianni Maroccolo e la rinuncia al professionismo. Ma non solo Italia: in questa storia c'è molta Francia, nella quale Giorgio ha vissuto per molti anni, condividendo esperienze fortissime con i Noir Desir
e il suo tormentato e controverso leader Bertarnd Cantat.

Giorgio Canali....un vero indiestruttibile.


Chitarrista si, fonico anche, ma soprattutto produttore: ha curato i suoni deglu ultimi vent'anni di Underground italiano. Nomi come Le Luci della Centrale Elettrica, Timoria, Verdena, Bugo e chissa quanti altri ancora sono passati sotto la cura a suon di camel senza filtro e bestemmie, di questo ragazzo di 54 anni! Tutto questo e altro ancora lo troverete in "Fatevi Fottere. Una biografia di Giorgio Canali" a cura di Samuele Zamuner e Irene Zanetti. Non vi resta altro che recarvi in libreria. Chiaramente roba del genere non si trova nelle varie Feltrinelli. Questa è roba da librerie....Indiestruttibili!