domenica 6 ottobre 2013

INDIECAR(t)E: Uno sguardo a ... Sebastian Bieniek


"Non ascolto ciò che dicono i critici d’arte. Non conosco nessuno che ha bisogno di un critico per capire cos’è l’arte." 
J. M. Basquiat                                                                                                                                                                                                    
Chi dice che l’arte è per pochi? 
L’arte è per tutti coloro che sanno guardare. Ma non fissare, con sguardi spenti e bocche serrate. Ma per chi sa sorridere e vivere con gli occhi.

È questo ciò che ci proponiamo di fare con questa rubrica. Non insegnare l’arte, non obbligarvi ad essere finti intellettuali cui basta conoscere a memoria tutti i movimenti e gli artisti presenti fino ad oggi sul pianeta, o a cui basta partecipare ad un vernissage o ad una mostra di prestigio per essere intenditori. Ma cercare di farvi guardare. Guardare con sorriso la vita. 
L’artista di oggi è una persona che sa guardare con profondità ogni aspetto della vita, e quando decide di esprimerlo con le sue opere riesce però ad esprimerlo con semplicità, ma quella semplicità che recepisce chi, come lui, sa osservare.
Sto parlando di Sebastian Bieniek, artista tedesco nato in Polonia.

La sua arte è comunicativa, intelligente e spesso ironica, capace di spaziare da un campo all’altro mantenendo, però, la sua interessante visione sia come fotografo o pittore,  che come scrittore o cineasta, e, proprio perché deriva direttamente dallo sguardo, è un arte istintiva e spesso prodotta con una serie di elementi.


Aveva già destato in me interesse l’anno scorso, con la serie di dipinti “Homeland”. Una serie di dipinti, di dimensioni 80x60, strutturati come la copertina di un giornale.



Il soggetto è sempre una donna sfigurata, accompagnata da  due parti scritte, introdotte per rafforzare il concetto secondo il quale una rappresentazione forte può essere così pregna di significato da ricondurre ad altri tipi di riflessione: un titolo, che, messo in sequenza con quelli degli altri dipinti della serie, è parte di una frase: “Some time you win Some time you lose”, letteralmente “Certe volte puoi vincere Certe volte puoi perdere”; una didascalia, “What happen if we leave….”, letteralmente “Cosa accadrebbe se noi lasciamo…”.                                                                       
Ad ispirarlo, dice, è stata la copertina di un numero del Times che raffigurava una donna afgana con il naso tagliato. Un immagine così forte vorrebbe apparentemente rappresentare una richiesta di aiuto da parte di alcune donne in altre parti nel mondo, ma in realtà, messa sulla copertina di una rivista così importante, diventa anche messaggio politico (la presenza militare statunitense in Afghanistan), classista (la donna che non può ribellarsi) e conservatorio.
L’opera, a mio parere, si mostra nella rappresentazione così chiara e semplice, ma basta soffermarsi solo un attimo in più sui singoli volti e sulle singole scritte per far mettere in moto una sorta di meditazione sul tema che ha mosso l’artista ad interpretarlo.
Doublefaced no. 13
Oggi Sebastian fa parlare di sé con un’altra serie di lavori: “Doubledface”.
Ad un primo sguardo, anche di una sola foto di quelle che compongono l’opera, si potrebbe pensare: “Quindi? Ha disegnato una faccia su una….faccia!”. Ma io non ci trovo nulla di banale in questo. 
Doublefaced no. 10
Basta pensare a come nasce l’idea: un giorno suo figlio stava così male da non riuscire a fare nemmeno un sorriso. Per alleviare il dolore, Sebastian gli disegna, con un pennarello, una faccia sul volto. Così, per farlo divertire un po’. Osservando meglio ciò che aveva fatto ha evoluto la rappresentazione disegnando, con solamente un eyeliner e un rossetto, una doppia faccia sul viso della propria ragazza. Tale rappresentazione serve ad indagare sul concetto della dualità delle persone. 
Doublefaced no. 23
Lo stile è volutamente semplice, proprio per arrivare a chiunque. La sua, infatti, non è un arte da galleria. Le sue opere vengono subito pubblicate sulla sua pagina Facebook o sul suo sito www.sebastianbieiniek.com. L’intento è quello di far pensare a chiunque osservi i suoi lavori “io so fare anche di meglio”, proprio per creare un’iterazione tra spettatore ed artista. Il risultato? Qualcosa di così estremamente semplice che ricorda il modo di guardare il mondo proprio di un bambino, che spiazza, stupisce, fa riflettere e fa sorridere.


a cura di Liana Traversi




Doublefaced no. 4

Doublefaced no. 24
Doublefaced no. 5
 

mercoledì 2 ottobre 2013

Targhe Tenco 2013: ecco i nomi dei vincitori


  
Sono stati resi noti i nomi dei vincitori delle targhe Tenco 2013, a fronte dell'annuale manifestazione organizzata dal Club Tenco, associazione che si occupa della promozione
della nostra musica d'autore. Le premiazione avverrà nella suggestiva cornice del Teatro Petruzzelli di Bari, nell'ambito del Medimex-Salone dell'innovazione musicale, il prossimo 8 Dicembre. Ecco i nomi dei vincitori:

Miglior Album: Niccolò Fabi con "Ecco", che arriva davanti a "Fantasma" dei Baustelle, e ai quotatissimi "Sulla Strada" di Francesco de Gregori e "L'ultima Thule", l'album dell'addio alle
scene di Francesco Guccini.

Miglior disco esordiente: vince Appino con "Il Testamento", fortunatissimo esordio solista del
frontman degli Zen Circus, prodotto da Giulio Ragno Favero del Teatro degli Orrori

Andrea Appino
Mauro Ermanno Giovanardi


Categoria interpreti: qui si impone l'ex La Crus Mauro Ermanno Giovanardi con "Maledetto Colui che è Solo".


Infine la targa per il miglior disco dialettale va a Cesare Basile con il suo disco omonimo.
Cesare Basile


domenica 29 settembre 2013

INDIECAR(t)E: Alice Pasquini e l'arte contestuale


Classe 1980…stiamo parlando di Alice Pasquini, visual artist romana impegnata nel lavoro di illustratrice, scenografa e pittrice!

Diplomata all’Accademia di Belle Arti di Roma, come ogni talento italiano, va via dall’Italia per po’ per cercare la sua strada.
Prima Madrid, dove ha frequentato la Scuola ARS Animaciòn e conseguito, nel 2004, il titolo di specialista in arte e critica d’Arte presso la Universidad Computense. Poi, con l’inizio della sua carriera negli anni 2000, ha vissuto, girato e lavorato in Francia, Germania, Gran Bretagna, Norvegia, Olanda, Russia, Marocco e Australia.

Nonostante il suo lavoro di illustratrice, le importanti collaborazioni con grandi griffe internazionali come Nike, Rizzoli, Range Rover, e gli ultimi lavori (al Campidoglio per gli uffici del sindaco e alla Casa dell'Architettura con le "Cave of tales"), la sua vera passione è la strada.
Alla normale tela predilige il muro, e alla tavolozza di colori sostituisce bombolette spray e stencil.          


Tutti voi vi sarete imbattuti, almeno una volta, in una sua opera caratterizzata dalla contrapposizione di colori caldi (quali l’arancione che è il colore, per riprendere una sua definizione, dei palazzi di Roma) e freddi (quali il verde o il blu) che si mescolano, dalle linee fluide e decise che spesso delineano volti e storie di donne.

Urban Painting ha pubblicato su facebook una classifica di gradimento degli street artist e, secondo questa, Alice sarebbe tra i primi dieci urban artist più amati al mondo insieme ad artisti come Blu, Sten&Lex, Bansky, JR, C215, Faith 47 e Swoon.

Abbiamo posto alcune domande ad Alice per conoscerla meglio e per capire la sua visione.

1) Prima domanda. La definirei “domanda di prassi”:
Perché Alicè e perché, soprattutto, la scelta di non celarsi dietro un nome d’arte ma di mettere a nudo la tua identità?

Ho deciso di firmare con il mio vero nome, allo stesso modo in cui ho deciso di dipingere durante il giorno o presentarmi a volto scoperto. Considero ciò che dipingo più vicino all’arte che al vandalismo e trovo stupida una società che spende tempo ed energia nella lotta ai graffiti. Mi prendo i miei rischi fa parte del gioco e della "rivoluzione".

2) I tuoi lavori mi hanno affascinato per la loro luce e per i loro colori (caratteristiche che dopotutto affascinano chi segue e osserva le tue opere).
Ma un’altra caratteristica sempre presente, che balza agli occhi, ma su cui non ci si sofferma mai abbastanza è la rappresentazione della donna.
La scelta di una costante rappresentazione femminile porta in se una componente autobiografica? Ogni donna che rappresenti racconta di te, di una parte di vita, o, più semplicemente, racconta una storia?

Parlare da un punto di vista personale mi porta inevitabilmente anche narrare da un punto di vista femminile. Come artista sono interessata a indagare i sentimenti umani esplorando attraverso le mie emozioni. Per questo c’è sempre una motivazione autobiografica inconscia aldilà della scelta di un determinato soggetto o di una storia da narrare. Purtroppo non sono mai in grado di comprendere il significato che ha per me stessa durante la realizzazione eppure ciò mi appare chiarissimo una volta trascorso del tempo.

3) La magia della “street art”, che tu hai amabilmente definito “arte contestuale”, è anche quella di scoprirla mentre si cammina, si va a lavoro o si esplora la città, e non quella di andare appositamente ad ammirarla (come avviene per un quadro in esposizione, per intenderci).
Consapevole di questo, come reagisci quando realizzano degli eventi, come quello del 9 dicembre 2012, “Incontro con Alice Pasquini. Metropolitan art crumbs.”, che assumono la forma di una “gita” alla scoperta dei tuoi lavori?


Sì, penso che l’ “effetto sorpresa” sia parte della bellezza di questa forma di espressione ma purtroppo o per fortuna l’interesse da parte del "pubblico" è oramai cresciuto da qualche tempo. Cosi finché non c’è scopo di lucro io non ho nulla in contrario a incontri del genere, anzi trovo molto divertente l’idea che un gruppo di persone di differenti età e culture che non si sono mai viste prima si ritrovi una fredda mattina a Roma per andarsene a zonzo, come in gita appunto, socializzando fra loro mentre percorrono la loro città in un modo diverso.

4) Hai vissuto in molti posti, tra cui Spagna, Gran Bretagna, Francia, e visitato ed operato in molti altri, quali Germania e Australia. Questo è dovuto ad una tua voglia di evasione e cambiamento, o a una semplice voglia di conoscere? Ed ora che, per motivi lavorativi, stai trascorrendo più tempo nella tua città d’origine, Roma, come la vivi?

Roma è la città dove sono nata e cresciuta e che inevitabilmente amo e odio. Fin da bambina ho viaggiato moltissimo e il mio temperamento irrequieto e la mia necessità di fuga mi hanno portato presto fuori dall’Italia. Adesso sto provando a cambiare, dopo anni di nomadismo ho finalmente deciso di avere una base, che per me vuol dire uno studio.     
In realtà continuo a viaggiare moltissimo e a Roma non ci sto spesso ma sto imparando: un conto è fare un viaggio e avere un posto in cui tornare, un altro darsi alla fuga e lasciarsi tutto dietro.

5) L’arte contestuale. Non sono interessata a chiederti perché l’hai scelta, ma se, dopo le importanti collaborazioni e i progetti sempre più ambiziosi (tra cui mi sento di citare la “Cave of Tales” alla Casa Dell’Architettura e la tua chiamata ai Musei Capitolini), hai mai pensato di accantonarla per dare spazio a un arte più da “studio”, quella in cui l’artista è da solo con il colore e la tela e non è più, quindi, al contatto con un arte “pubblica”.

Per me è stato l’inverso. Vengo proprio da una formazione classica, ho studiato all’accademia di belle arti e sono poi sfuggita a quel tipo di vita di artista. La strada mi ha presto affascinato per le sue caratteristiche democratiche e non commerciali. Certo le cose stanno cambiando ed è facile osservare come ogni volta che si crea un’avanguardia artistica, il mercato dell’arte prova a confezionare un pacchetto adatto alla vendita ma questa è una vecchia storia. Per quanto riguarda le istituzioni, sono contenta di osservare come finalmente si comincino a svegliare e a capire l’importanza del fenomeno. Certo anche su questo tema ci sarebbe molto da dire, ovviamente le contraddizioni sono evidenti. Guarda me, un giorno dipingo ai musei capitoli per il sindaco e il giorno dopo potrei essere multata da un vigile mentre faccio un’azione in strada.

6) Hai detto, in una vecchia intervista, che l’artista non è un comunicatore. L’artista ha un proprio messaggio ma il pubblico può recepirlo in maniera del tutto personale.
Ma c’è almeno una componente nelle tue opere che vuoi far arrivare in maniera “oggettiva” più che soggettiva? Un messaggio universale presente nel tuo lavoro che vorresti che tutti percepiscano alla stessa maniera?

Certamente, come ti dicevo prima le motivazioni emotive arrivo a comprenderle in un secondo momento ma quando affronto un nuovo progetto parto sempre da un concetto sul quale mi documento a lungo, leggo tutto ciò che trovo d’interessante sull’argomento, cerco immagini, libri, film, canzoni poi provo a interiorizzare tutto quello che ho scoperto e provo a dimenticarlo poco prima di mettermi a creare per mettere in moto i meccanismi dell‘inconscio.

7) Mi affascina molto il tema dell’ “arte per il sociale”, ossia quando la street art viene chiamata a rivalutare uno spazio (come è, ad esempio, il muro da te dipinto a Via dei Sabelli a Roma, nel quartiere San Lorenzo). Mi spiace solo che spesso questo tema non viene affrontato come dovrebbe, viene preso spesso “sotto gamba”, ignorando che oltre ad essere, di per sé, un’iniziativa interessante, è anche low cost!!
Quindi, in chiusura, noi di Indiestruttibili siamo curiosi di sapere se prossimamente lavorerai a qualcosa del genere, e se vuoi spendere due parole a riguardo del tema! Un appello magari, affinchè soluzioni di questo genere possano essere prese più spesso in considerazione. 

Le cose non funzionano come dovrebbero, ma per fortuna esistono molte persone disposte a mettersi in gioco. Personalmente è capitato di lavorare in forma gratuita a progetti sociali in cui credevo. Prossimamente tornerò al Metropoliz una ex fabbrica abbandonata e riportata a nuova vita dove qualche tempo fa avevo realizzato una ludoteca per i molti bambini delle differenti comunità che ora abitano lo spazio.



a cura di Liana Traversi


venerdì 27 settembre 2013

Le recensioni indiescutibili: Santo Niente "Mare Tranquillitatis"



Umberto Palazzo è una figura fondamentale nell'italico panorama: da trenta e passa anni sulla scena, fondatore dei Massimo Volume, con i quali entrò in rotta di collisione poco prima della registrazione dell'esordio "Stanze". Subito dopo fonda il Santo Niente, con i quali scriverà pagine indelebili per l'indie rock nostrano: "La vita è facile" e "'Sei 'Na Ru Mo'No Wa Na'i" andrebbero inseriti in ogni buon prontuario per l'aspirante rocker italico, alla voce "ascolti fondamentali".
Dopo quella indimenticabile stagione bolognese, riabbraccia le sue radici, stabilendosi in pianta stabile a Pescara. Da li inizia la fase due della carriera di Palazzo: dj di professione e organizzatore di concerti in qualità di direttore artistico dell'ormai defunto Wake Up, tra i più rinomati club della penisola. Questo spaccato biografico è necessario per comprendere l'evoluzione artistica di Palazzo: nella sua fase pescarese infatti, possiamo ben dire che ha dato il meglio di se.
Pubblica con il nuovo combo de Il Santo Niente "Il Fiore dell'Agave" nel 2005, da molti salutato come il capolavoro dell'ormai band pescarese. Non pago di tutto ciò, nel 2010 da vita a El Santo Nada, un autentico spin-off della band, in chiave spaghetti-tex-mex-morriconiana con il quale pubblica "Tuco". Successivamente arriva alla pubblicazione del primo lavoro solista, "Canzoni della notte e della controra", in bilico tra canzone d'autore e popular music. Se "Tuco" è un lavoro cinematografico, e il disco solista di Palazzo da più spazio alla forma canzone, l'ultimo lavoro del Santo Niente (come chiusura di un ideale trilogia artistica) acquisisce una fisionomia più letterario-teatrale.

Umberto Palazzo e Il Santo Niente


"Mare Tranquillitatis" è un grandissimo disco, ma di non facile assimilazione. Un lavoro cupo, tenebroso, tormentato nelle liriche. Un disco che va ascoltato e riascoltato, con impegno e dedizione. L'iniziale "Cristo nel Cemento" la potremmo definire apocalittica: il minimale giro di basso di Tonino Bosco fa da prologo ad una disperata deflagrazione strumentale, che successivamente si trasforma in un mantra per batteria e basso sopra il quale Palazzo scandisce con forza il testo (ispirato all'opera "Christ in Concrete" di Pietro di Donato, scrittore americano originario di Vasto).
La successiva "Le ragazze italiane", è una specie di marcia garage rinforzata dallo psicopatico sax elettronico di Sergio Pomante nella quale balza all'occhio la pungente ironia del testo (peraltro l'unico pezzo "cantato"), critico nei confronti di un permeato moralismo perbenista, tipico dello stivale. Tra le sei tracce del disco è sicuramente la più accessibile, da un punto di vista strettamente musicale, ma forse la meno ispirata se si guarda l'intero disco nel complesso.
"Un certo tipo di problema", con il suo protagonista, ostaggio involontario di un losco cocainomane e di una notte infinita, odora di indie-rock bolognese, di quella scena che il Santo Niente e i Massimo Volume hanno contribuito ad elevare allo status di culto. Si è molto dibattuto sulla paternità musicale di questa traccia: Massimo Volume o no? A mio avviso, più che di un influenza si tratta di un vero e proprio lascito culturale, figlio di una controcultura, di una città e di un periodo che rimarrà impresso come un tatuaggio, per tutti coloro che ne fecero parte.
"Maria Callas" è il capolavoro del disco: il malinconico ricordo di una diva transgender ferita nel cuore da un "piccolo uomo meschino" musicalmente ci riconduce verso i lidi di "Canzoni della notte e della controra".
"Primo sangue" è la traccia più cinematografica del disco. Storia della notte brava di un neo patentato, sostenuta da un claustrofobico beat per cassa dritta, un ipnotica chitarra acustica e un kaossilator impazzito: qui la musica è un mezzo, un pretesto per raccontare una distorta favola acida.
 La successiva e conclusiva "Sabato Simon Rodia" ci porta dalla galleria di un cinema al loggione di un teatro; questa traccia suona come la perfetta colonna sonora di un ideale pièce teatrale, incentrata sulla figura del bizzarro immigrato avellinese che costruì le Watts Towers a Los Angeles. La scelta non sembra un caso: Pietro di Donato e Simon Rodia, emigranti italiani, entrambi in qualche modo legati alla megalomane edilizia americana, certamente due visionari, quasi due "cervelli in fuga" che qui diventano i simboli,  prologo ed epilogo di un opera di profonda importanza per il rock italiano.

giovedì 4 luglio 2013

Gli acquisti Indiespensabili: Fatevi Fottere-Una biografia di Giorgio Canali (a cura d Samuele Zamuner e Irene Zanetti-Italica Edizioni)


                                 


Giorgio Canali è l'Indie italiano. Il suo percorso musicale e umano, si snida attraverso tre generazioni di rockers made in Italy. Dalle prime esperienze come fonico/chitarrista con gli ultimi CCCP, passando per il settennato dorato con i CSI
Giorgio con i Csi: 7 anni di splendori per l'Indie italiano
e concludendo con la terapia dei Pgr, Canali ha sempre camminato in "direzione ostinata e contraria", seguendo un personale percorso di coerenza umana e artistica. In questa sua prima biografia, edita dalla neonata Italica Edizioni di Enrico Brizzi, Giorgio racconta trent'anni di storia del rock italiano. Le prime esperienze come fonico al seguito del carrozzone hard di Riccardo Schicchi, Moana Pozzi e Cicciolina, gli anni 80 all'insegna della sperimentazione con i Politrio, l'incontro decisivo con i Litfiba e Gianni Maroccolo e la rinuncia al professionismo. Ma non solo Italia: in questa storia c'è molta Francia, nella quale Giorgio ha vissuto per molti anni, condividendo esperienze fortissime con i Noir Desir
e il suo tormentato e controverso leader Bertarnd Cantat.

Giorgio Canali....un vero indiestruttibile.


Chitarrista si, fonico anche, ma soprattutto produttore: ha curato i suoni deglu ultimi vent'anni di Underground italiano. Nomi come Le Luci della Centrale Elettrica, Timoria, Verdena, Bugo e chissa quanti altri ancora sono passati sotto la cura a suon di camel senza filtro e bestemmie, di questo ragazzo di 54 anni! Tutto questo e altro ancora lo troverete in "Fatevi Fottere. Una biografia di Giorgio Canali" a cura di Samuele Zamuner e Irene Zanetti. Non vi resta altro che recarvi in libreria. Chiaramente roba del genere non si trova nelle varie Feltrinelli. Questa è roba da librerie....Indiestruttibili!

mercoledì 3 luglio 2013

Le Interviste Indiescutibili-Super Dog Party





Rock, Blues, good vibrations made in west coast : tutto questo è altro ancora è Super Dog Party.
Un potentissimo combo a tre che con i suoi live incendiari sta infuocando la movida della Capitale. Chitarra, basso e batteria nella piu classica delle formazioni rock'n'roll, sprigionano un potentissimo wall of sound che difficilmente vi farà rimanere fermi. Il loro album d'esordio "The Big Show", è un vorticoso giro sulle montagne russe del Rock duro e puro made in U.S.A.
In questo nostro secondo appuntamento con le interviste Indiescutibili, abbiamo incontrato Alessandro Peana, chitarrista/frontman della band.
Come al solito la nostra più che un intervista è stata una piacevolissima chiaccherata, nella quale Alessandro ci ha raccontato il dietro le quinte di una rock band, tra videogiochi come ispirazione, balle di fieno nei locali e piccole follie gestionali, il tutto chiaramente all'insegna del motto principale dei veri Indiestruttibili: Do It Yourself!

Ciao Alessandro, grazie di essere qui e benvenuto su Indiestruttibili! La prima canonica domanda di rito è: come nasce il progetto Super Dog Party?

Inizialmente ho registrato molto velocemente una demo di tre pezzi: Nip/Tuck, Ghouls & Goblins ed Asshole... quindi chitarra e voce insieme ad un’arrangiamento di batteria fasulla inumano. Massimiliano è stato l’unico dei tanti batteristi testati che non si è preso un colpo ad ascoltare il tutto e, anzi, ha fornito al progetto un arrangiamento ritmico ancora più massiccio!


Vi abbiamo ascoltato piu volte dal vivo e l’impressione generale, è quella che siate una band con una fortissima attitudine da palco. Come si riesce a “fotografare” questa furia live entro i canoni piu rigidi di un disco?

Merito dell’autoproduzione. Nonostante le enormi difficoltà questo aspetto risulta estremamente semplice. Il vero dramma sarebbe stato  finire in balia del cronometro di uno studio di registrazione scelto un pò da Google e un pò dalle nostre possibilità economiche.. Do It Yourself or die!
Super Dog Party live: cosa sarebbe il rock senza una chitarra spaccata?



La domanda precedente si collega alla seguente: nei crediti del disco figuri come produttore. In un certo qual modo mentre registri e mixi di un disco, il tuo disco, provi emozioni analoghe a quelle dell’esecuzione live?
Analoghe no, sono esperienze molto diverse. Il concerto, per quanto possa essere impegnativo, è una situazione rilassante. Lo studio invece è il paradiso delle follie di tutti noi. Una traccia di chitarra acustica dove si sente in sottofondo l’aspirapolvere dell’autolavaggio affianco può diventare tranquillamente definitiva, ma può anche succedere che passiamo una nottata a teorizzare qual’è la frequenza da eliminare per migliorare il suono di una chitarra che intercorre solo per pochi secondi all’interno di un brano. L’alternanza  tra grande pressapochismo e pignoleria estrema è sicuramente l’elemento che che caratterizza maggiormente la produzione dei nostri pezzi.
L’impressione generale, è quella che con le tecnologie odierne si possa avere tutto piu a portata di mano. E dunque si possa essere musicisti, produttori e manager di se stessi allo stesso tempo. E dunque meno artisti e sicuramente piu “artigiani”. Personalmente (e considerati i tempi di crisi globale e discografica) io ritengo che il secondo aspetto sia migliore. Tu come la vedi?
Nel periodo in cui viviamo, nella stragrande maggior parte dei casi, se vuoi solo provare a promuovere la tua musica devi prepararti a dividere l’attività di musicista facendo anche da fonico, montatore video, webmaster, social manager, rowdy e grafico. Questo, purtroppo,  sottrae molto tempo alle attività prettamente artistiche e musicali. Sta al gruppo vivere questa imprescindibile tuttologia con intelligenza. Nel migliore dei casi riesci ad avere una gestione del gruppo ottimale, nel peggiore impazzisci. E’ il nostro caso. Noi probabilmente stiamo impazzendo e sogniamo il giorno in cui qualcuno ci darà una mano nella realizzazione dei nostri prodotti, che gestisca la nostra attività live e web, fino a caricare in macchina i nostri amplificatori  a fine concerto. Tuttavia, semmai arrivasse questo giorno, penso che allontanarsi dall’etica diy sarebbe comunque traumatico. Fatta eccezione per la storia degli amplificatori ovviamente!
Negli ultimi dieci anni si è avuta una forte inversione di tendenza per quanto riguarda la scena rock. L’elettronica spopola sempre di più e nelle serate Techno c’è la fila fuori dal locale, mentre nelle serate di musica live si arranca sempre di piu. Come la vedi? Super Dog Party nei suoi concerti soffre quest’aspetto oppure non avete di che lamentarvi?
Il pubblico è un animale strano e, predirne il comportamento, è molto complicato. Grandi affluenze in concerti definiti all’ultimo momento e balle di fieno in eventi ben organizzati da tempo, ci hanno portato a pensare che è inutile fare pronostici. Per quanto ci riguarda cerchiamo di partecipare il più possibile a Festival, Feste Universitarie e Private... il tutto organizzando anche con una certa distanza gli eventi dove siamo esclusivamente noi gli unici promotori.
Rock dal vivo in crisi? Super Dog Party da parte sua cerca di combattere la crisi

Parlando di elettronica, c’è un pezzo del vostro disco (Ghouls and Goblins) il cui incipit è quello di un famoso videogioco. Anche i videogames possono essere fonte di ispirazione?

Certo! Videogiochi, ma anche Serie Televisive e Film sono sempre stati di ispirazione! Durante l’ultimo concerto all’Open Source di Bisceglie, nella parte centrale del pezzo Big Show, è partito il tema di Beverly Hills Cop! Tornando ai videogiochi sarebbe bello riprendere la colonna sonora di un altro videogame anche nel prossimo disco. Il difficile è compiere una scelta origianale, ma ci siamo rassegnati: esisterà sempre un tredicenne cinese che, prima di noi, ha caricato su youtube la sua versione reinterpretata con uno strumento inventato da lui.

Ghosts'n Goblins: quando un videogame diventa fonte d'ispirazione


Personalmente c’è un pezzo del vostro disco che ho amato fin dal primo ascolto ed è Greyhounds’ City. Lo ritengo forse il pezzo piu americano di tutto il disco, vi sento vibrazioni molto west coast. Come mai non lo eseguite mai dal vivo?
Purtroppo, i mille impegni extra musicali di cui parlavo prima, ci hanno impedito di trovare il tempo di riarrangiare una versione elettrica di Greyhounds’ City. Tuttavia contiamo di inserirlo in scaletta in futuro, magari quando realizzeremo il nostro set acustico...  uno dei nostri progetti in cantiere.
Ultima domanda che vale per tre: eventi in cantiere? Prossimo lavoro su disco? E soprattutto che fine hanno fatto i Boomers?

Il 22 Luglio suoneremo all’Eclettica Festival, a Roma, insieme ai Rock’n’Roll Kamikazes. Il 27 Luglio invece al Giovinazzo Rock Festival di spalla a Meg. Faremo poi la consueta pausa estiva. Massimiliano ha intenzione di chiudersi con la batteria a studiare qualche follia, Alessandro andrà negli Stati Uniti a respirare un pò d’aria Rock & Roll e quanto a me tornerò in Sardegna un paio di settimana a giocare a Call of Duty. Per quanto riguarda il prossimo lavoro su disco, abbiamo appena iniziato a lavorarci... speriamo di farlo uscire il prossimo inverno. Con i Boomers invece, nonostante l’assenza live, continuiamo a vederci con grande regolarità. Al momento stiamo ultimando i mixaggi del nuovo disco intitolato “Punkover”, uscirà certamente nel mese di Novembre!

                                 PROSSIMI LIVE DI SUPER DOG PARTY


martedì 2 luglio 2013

Le (video) interviste Indiescutibili: Andrea Messina aka I'm an Egg



Primo appuntamento con le video interviste indiescutibili: nostro ospite Andrea Messina aka I'm an Egg.
Originario di Canosa di Puglia ma ormai impiantato a Roma, Andrea vanta un curriculum di tutto rispetto. Un eclettico polistrumentista, attivissimo nella scena indie romana e pugliese con la sua band, i Mai Personal Mood, nei quali figura alle chitarre, synth e nella programmazione con computer. Con i Mai Personal Mood ha inciso nel 2007 un primo demo intitolato "Malaise Mon Amour", che consente alla band la partecipazione a numerosi festival come il Pisa Rock, Are Rock Festival, Festival Edizione Zero vol.1, quest'ultimo vinto proprio dai Mood.
Dopo aver girato in lungo e in largo lo stivale, i Mai Personal Mood pubblicano nel Gennaio 2011 l'Ep di debutto "L'Heure dEPart" (Forears Records), che incontrerà il favore di critica e pubblico. Sempre con i Mai Personal Mood, pubblica nel 2012 il fortunatissimo "Cactus", che donerà maggiore visibiltà alla band.


















Nonostante l'incessante attività di studio e live con la band, Andrea nei ritagli di tempo ha dato vita a I'm an Egg, interessantissimo solo project in cui l'elettronica e la sperimentazione prendono  il sopravvento sul chitarrismo. In bilico tra Idm, glitch e ambient, I'm an Egg costituisce un interessantissimo esempio di manipolazione sonora in tempo reale. La dimensione sperimentale del progetto ha acquistato maggior valore con Kalos, esponente della scena elettronica romana, che con Andrea propone dei live in cui l'improvvisazione e le generazione di suoni in tempo reale,   conferiscono all'atmosfera il sapore di un vero e proprio happening concettuale.
In questa chiaccherata, Andrea ci parlerà della nascita di I'm an Egg, dell'incontro con Kalos ma non solo......buona visione a tutti!